Tra foreste di simboli e obiettivi da aggiornare
Enrico Peroni - 18 giugno 2008
Pontida. La camicia verde. Il sole delle alpi. Il Po. La Padania. Simboli.
Federalismo. Sicurezza. Obiettivi.
Paroni a casa nostra. Roma ladrona. Il nemico.
E’ tutto cosi’ semplice da leggere. La Lega non ha vinto solo per il radicamento (quando un partito senza nemmeno la sezione passa, in Provincia di Rovigo, in molti comuni, dal 2 al 15%, ha interpretato anche alcuni valori, ha dato delle risposte al di là del fatto che sia o non sia presente in un territorio) e per il populismo in tempo di antipolitica. La vittoria leghista passa anche dalle risposte semplici e dai simboli forti che creano una forte identificazione. Identità , questa parola magica che muove i cuori di molte persone e che la Lega è riuscita a utilizzare meglio di qualsiasi altro partito in questi ultimi anni.
E il Partito Democratico? Quali simboli ci contraddistinguono? La bandiera italiana e il patriottismo buonista? L’inno di Mameli? Mi sembrano simboli che non possono essere di parte, in cui un “democratico” non si può sentire rappresentato come forte e coraggioso di fronte all’avversario.
Certo, qualcuno dirà , e Forza Italia cosa ha di simbolico? Il tema è tutto qui ed è da qui che si deve partire.
Si sa che esistono diversi modelli di partito. Evito le tipizzazioni politologiche e scendo nel concreto. Il PD è stato per alcuni mesi un partito del lider, un partito del capo, un partito (quasi) uguale a Forza Italia. Il giorno dopo quel misero 33 % che abbiamo strappato si è capito subito che il PD sarebbe cambiato. I primi 6 mesi della mobilitazione, delle piazze piane e delle urne vuote, dell’uomo dell’Urbe venuto a portare il liderismo a sinistra, a far cadere muri a nordest (terra del localismo antistatalista) con un tricolore sono finiti. SI è nella fase della confusione e del caos, è vero anche questo, ma non possiamo esimerci dal considerare che questa fase sta dando dei segnali inequivocabili: correnti, tessere, radicamentooooo (lo ripetono anche i muri delle sezioni ormai). Insomma, un partito tradizionale, basato sul legame con il territorio, un partito dal basso con strutture e dimensioni, un partito di lider e non del lider, al di là delle sorti dell’ex Faraone.
E’ conseguenza ovvia che un partito che vuole stare nel territorio deve cominciare a produrre cultura politica, deve cominciare a mettere paletti nel fuoco della politica e non solo a dilapidare le energie. Dobbiamo essere sicuramente quella forza grande della Costituzione e del rispetto per una tradizione repubblicana e soprattutto democratica ispirata ad essa e che ora, nella prassi, viene ogni giorno rovinata da forze politiche di governo assolutamente lontane da alcuni principi basilari della Democrazia così come la si è conosciuta. Ma non possiamo rimanere incastrati a rappresentare, come sono stati PDS e DS (e come diceva bene Galli della Loggia qualche giorno dopo le elezioni sul Corriere), il passato, le tradizioni. Dobbiamo guardare al futuro, saper rispondere a ciò che le forze di sinistra dovrebbero saper rispondere: emancipare energie limitate da stigmi sociali e ingiustizie tradizionali ( e parlo in questo senso di tutto ciò che sta dentro al grande contenitore delle libertà e dei diritti, così come interpretati, ad esempio, sia da Richard Florida che nella prassi di governo da Jose Luiz Rodriguez Zapatero); battersi per un principio di conservazione e di rispetto dell’ambiente che deve diventare paradigmatico dell’azione politica della sinistra; comprendere le nuove problematiche sociali adeguando le nostre proposte; dare risposte al bisogno di simboli e di valori che questa società relativista non ha.
Ecco. Questo ultimo punto ha una valenza particolare. Fino a quando non si arresterà questo processo di progressivo svuotamento di senso dei valori e dei principi cardine della società , non si potrà pensare di resuscitare l’importanza principi che necessitano di un forte substrato umano solidale come la giustizia sociale e l’eguaglianza di tutti. Questi principi rischiano di sparire trascinati da quei valori non positivi che il relativismo ha portato. In un qualche modo, semplificando, il processo che ha portato all’imposizione di libertà e di diritti umani condivisi sta avendo un rallentamento per via del processo stesso del quale non si è riusciti a limitare le (si direbbe in economia) esternalità negative, ossia quei processi di svuotamento di senso di tutti i principi, alla lunga comprendenti anche i principi di libertà e progresso che hanno permesso la pace sociale dell’Europa degli ultimi 60 anni.
E’ naturale, quindi, che se i principi progressisti non possono attecchire il fine ultimo della sinistra non viene compreso e tende sempre più ad assotigliarsi per lasciare spazio ai vari populismi (di destra, sinistra ed oltre). Populismi come la Lega, come DI Pietro, come Grillo, come Pym Fortuyn, come Haider, come i Socialisti Olandesi, come Respect o l’UKIP, come FN e Vlaams Belang, ecc
Un populismo dilagante nell’epoca della perdita dei valori, nell’epoca delle insicurezze insite nella globalizzazione.
Il PD può scegliere, ora, come possono scegliere molti altri partiti progressisti in Europa. Dare risposte populiste, rincorrendo la destra o trovandone di proprie oppure educare. Educare ai valori fondamentali della società odierna, combattendo il relativismo senza prestare il fianco (ma capendone la critica fatta alla società occidentale attuale) alle mosse retrograde, reazionarie e conservatrici di Ratzinger, facendo, come agivano una volta PCI, DC e PSI, pedagogia sociale, tornando ad ancorare la cittadinanza ad un nuovo concetto di civismo e di democrazia. Ma si devono fare scelte forti, si deve abbandonare la ricerca di risposte nei vecchi manualetti socialdemocratici di una volta o nei nuovi annuari del liberismo mondiale. La risposta sta nel quesito “come risolvere i problemi insiti nella globalizzazione ottenendo anche i vantaggi di questo processo inarrestabile?â€. La risposta sta in alcune operazioni.
Ridare forza al locale in risposta al globale: le comunità locali devono giocare un ruolo fondamentale nel sistema di salvataggio dei principi delle liberaldemocrazie; gli enti locali, quindi, devono essere maggiormente responsabilizzati e devono divenire modelli avanzati cercando di aprire a forme di democrazia diretta e partecipativa, a coinvolgere direttamente i cittadini.
Rispondere al problema ambientale. Per questo tema servirebbe un trattato o almeno un articolo a parte. Serve una coscienza ecologica di tutti (ecco un altro aspetto dell’azione pedagogica) e forse serve anche accettare alcuni passaggi dell’idea della decrescita felice. Ma su questo non voglio dare una risposta definitiva.
Rispondere ai problemi sociali stigmatizzando le posizioni populiste che offendono la dignità dei migranti e puntando in modo netto ad indicare risposte adeguate ai tempi, rifuggendo da certi liberismi, da certe fughe a destra che hanno caratterizzato la proposta veltroniana e che hanno permesso al programma leghista di essere maggiormento sociale del nostro. Allo stesso tempo dobbiamo anche rifuggire da certi sinistrismi e sindacalismi di una volta. Non si può più pensare che chi lavora nel paese sia una fetta di cittadini così piccola. Serve manodopera straniera ma è soprattutto necessario andare in pensione più tardi. Io non nego che sarei favorevolissimo a una proposta che sposti l’età pensionabile a 67 anni o 42 anni di contributi. E’ troppo? Considerato come si allunga la vita no!
Tornando al tema iniziale il PD deve ricalibrare i propri obiettivi come sopra e deve dotarsi di un sistema simbolico che non lo faccia apparire come una forza che difende il passato glorioso, solo la diretta emanazione di certi principi da difendere. Se si vogliono salvare questi principi si deve prima proporre una strada che a partire da quei principi rassicuri il paese e poi l’operazione pedagogica potrà avere luogo.
Ovviamente l’apparato simbolico non lo posso inventare qui io ma si deve forgiare da un partito che si fa nel territorio, che si individua i propri simboli con un’analisi interna, che cerca di imporre questi princpi facendoli diventare senso comune. Insomma quei processi arci-noti di diffusione di alcuni valori e di creazione simbolica. Se volete sapere come si fa chiamate Umberto che in dieci anni, sulla base di un bisogno selvaggio di trovare risposte alla foresta di simboli ininterpretabili della nostra società ha dato un Alberto di Giussano su cui mettere la croce senza se e senza ma. E motli italiani, padani o veneti che siano anche 1 mese e mezzo fa l’hanno premiato.
Ovviamente obiettivi e simboli vanno di pari passo, si costruiscono nel popolo (termine desueto nel PD, non si capisce perchè!) e si forgiano con la passione di tanti uomini e donne. I miei vogliono essere spunti perchè questa strada venga intrapresa.
Lo so, ho messo tantissima carne sul braciere ma non poteva essere altrimenti dato che non scrivevo sul sito da molto e che queste riflessioni prima o poi dovevo buttarle giù. Spero di far frullare anche tanti altri giovani cervellini (anche molto più giovani dei miei dato che oggi sono ormai ventunenne… che vecio!)
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Stefano Poggi - 15 giugno 2008
E’ abbastanza spiacevole il fatto che i compagni Giovani Comunisti di Vicenza sentano il bisogno di attaccare gratuitamente i Giovani Democratici di Vicenza. Cosa che fanno con questo articolo sul loro blog. In cui, dopo le prime dieci righe di fiera autoesaltazione comunista in cui si regalano il primato sul dispiacere per le disgrazie del mondo (“Si diventa comunisti perchè si ha il cuore offeso dalle ingiustizie del mondo”, pensate che vita triste e grama!), attaccanno la suddetta giovanile del Piddì perché, invece di fare volantini sulla pace nel mondo, sulla guerra, sul Dal Molin, sui neofascisti, li fa su una campagna meramente locale e tipica di un certo elitismo piccolo borghese degno della peggiore destra, quale quella della promozione del Wireless. Ora, cari compagni, sono completamente d’accordo con voi sul fatto che ci siamo altre mille priorità più importanti del Wireless (e non “di un Wireless”), quali il Dal Molin, il neofascismo, la pace nel mondo, etc. Tutti argomenti che ci stanno a cuore e di cui abbiamo già trattato varie volte in passato. Questo però non esclude che parallelamente alle suddette campagne si sviluppino iniziative sul piano locale rivolte verso l’amministrazione della nostra città . La cosa che più fa sorridere è che i compagni dei Giovani Comunisti quest’anno hanno concentrato la loro attività propagandistica principalmente attorno all’annoso tema dell’Unità dei Comunisti. Che, mi permetteranno lor compagni, non è esattamente una priorità del paese. Ora, io non critico il loro impegno verso questo tema, perchè lo ritengo legittimo. E mi piacerebbe che loro ritenessero legittimo l’interessamento, condiviso a quanto pare, che i Giovani Democratici nutrono verso temi estranei a quelli citati nel loro articolo. Ma, evidentemente, è più facile bollare un possibile contendente politico come “figlio della borghesia che ha bisogno di internet e non della pace nel mondo”, invece di intavolare una seria discussione politica. Io questo lo capisco, cari compagni, lo capisco. Soprattutto capisco che possa disturbare il fatto che a Vicenza nel campo del centro-sinistra si sia formata una giovanile alternativa ai Giovani Comunisti. Ma, cari compagni, invece della facile polemica, io preferirei che fra le due giovanili si instaurasse un proficuo dialogo. Conviene a noi, conviene a voi.
Tante care cose
L’anno del Palladio
Giuseppe Peronato - 31 maggio 2008
Non fa un bell’effetto la Basilica Palladiana tutta incappucciata proprio nell’anno in cui si festeggia il cinquecentesimo dalla nascita di Andrea Palladio. Un intervento certamente necessario per la salvaguardia del monumento protetto dall’Unesco. Sorprende, però, che i lavori siano iniziati proprio in questo 2008 così speciale. Se non potevano aspettare, fosse sarebbe stato il caso di anticiparli. Almeno per non oscurare uno dei monumenti simbolo della Vicenza palladiana, che i turisti che giungeranno in città quest’anno non potranno ammirare, causa le ingombranti impalcature.
In effetti, tutti gli eventi per questo anniversario sono un po’ sottotono, come se fossero stati improvvisati. Eppure, il Comitato Nazionale per le celebrazioni è stato istituito nel lontano 19 aprile 2005. C’era quindi tutto il tempo necessario per organizzarsi degnamente. C’era anche il precedente dell’Anniversario della nascita di Mantegna, nel 2006. Allora i grandi eventi non erano mancati, e infatti i numeri si erano visti. Le tre grandi mostre a Padova, Verona e Mantova avevano contato oltre 600 mila visitatori, senza contare gli eventi minori. Verrebbe da dire che Sgarbi (presidente del comitato Mantegna) è meglio della Sartori (presidente del comitato Palladio), ma, in ogni caso, per tirare le somme bisognerà aspettare gli inizi del 2009, quando chiuderà la grande mostra ospitata al CISA, che inizia la terza settimana di settembre. Lia Sartori sembra ottimista. E’ contenta perché questa sarà una mostra internazionale, che verrà ospitata anche alla Royal Academy di Londra e negli Stati Uniti.
Ma se Vicenza sarà “leader”, come diceva uno slogan della campagna elettorale, non lo sarà il territorio. Nell’organizzazione di quest’anno palladiano viene a mancare quella sinergia tra più realtà che era stato il punto di forza degli eventi legati all’anno del Mantegna. Non solo Vicenza, quindi, ma anche Padova e Venezia e soprattutto la campagna veneta delle ville. Vicenza, infatti, è certamente il centro dell’opera palladiana, ma non bisogna dimenticare che la grandezza di questo architetto si è vista soprattutto nelle numerose ville sparse in tutto il Veneto, nella sua capacità di mettere insieme proprio tramite la villa l’armonia delle forme rinascimentali, l’uso pratico a controllo della produzione agricola e la valorizzazione del territorio circostante.
Oggi, invece, non c’è raccordo tra la realtà di Palladio architetto in città (Vicenza in primis) e la rete delle ville disseminate sul territorio. Quel territorio oggi è devastato: in parte è andato perduto per sempre, ma per la maggior parte non è abbastanza valorizzato. Come diceva alcuni giorni fa a Villa Caldogno il critico Philippe Daverio, bisognerebbe partire da lì per fare un nuovo Rinascimento, in cui la bellezza e la salvaguardia del patrimonio artistico, del paesaggio e dell’ambiente non sia d’ostacolo alla produttività e l’innovazione tipica del nord-est. Ai tempi del Palladio era così. Cinquecento anni dopo sembra impossibile…
La paura del Nero (Camerata)
Stefano Poggi - 4 maggio 2008

2 maggio 2008: Verona, un ragazzo si rifiuta di dare una sigaretta a cinque sconosciuti. Di conseguenza, questi lo pestano a sangue e lo lasciano sul selciato della buia via del centro scaligero.
La paura dello straniero, alimentata per meri fini elettorali dalla solita destra xenofoba, ha portato le prime edizioni dei telegiornali nazionali ad ipotizzare che gli aggressori fossero extracomunitari. Invece no, gli aggressori erano cinque skinhead, neonazisti, cioè quelli che a Roma hanno appoggiato la candidatura di Alemanno. E che hanno festeggiato sul Campidoglio con il saluto romano, subito redarguiti dai (più) responsabili camerati di An. Ci sono le telecamere, gli han detto.
E’ divertente notare questa inversione dei ruoli, i neri camerati, che normalmente sono i primi ad processare sulla pubblica via i “negri”, diventare molto più pericolosi di qualche solerte lavoratore venuto dall’Africa per disperazione o, più semplicemente, per povertà . E fa pure riflettere, questo fatto. Presi dalla nostra fobia per qualsiasi forma umana di colore scuro, ci siamo dimenticati di tenere sotto controllo gli insospettabili, quelli che propongono le ronde notturne per difendere le villette a schiera dei piccoli imprenditori nordestini. E in questi ultimi anni la “marea nera”, come l’ha giustamente definita Massimo D’Alema, si è ampliata, ha coinvolto i figli di quella classe media e borghese che fin da piccoli han sentito dai loro genitori parole d’odio e di intolleranza verso il “diverso”. Ora ci ritroviamo con un problema interno serio, forse ancora più serio di quello dell’immigrazione “violenta”. Gruppi di ragazzi sbandati che formano bande, gang per la precisione, di ispirazione neonazista e neofascista e che han trovato legittimazione politica nei vari movimenti di estrema destra, fra cui, per primo, “la Destra”. E che sono necessari alla destra conservatrice per vincere le elezioni.
Bisogna meditare, e molto, su questo fenomeno. E forse, dico forse, quei giornalisti che con i loro servizi aumentano la paura dell’altro, nascondendo per esempio che tre dei cinque stupri che avvengono ogni giorno in Italia sono commessi nell’italica e cattolicissima famiglia tradizionale, dovrebbero farsi un esame di coscienza.

